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Proiezione del film "Il popolo che manca"

Sabato sera, 26 novembre 2011 alle ore 20.00, i due documentaristi piemontesi Diego Mometti e Andrea Fenoglio hanno presentato il loro film "Il popolo che manca" Al Gerl di Stampa. Mometti e Fenoglio fanno parte del team del Centro Giacometti. In precedenza, avevano realizzato un documentario nel Cuneese dedicato all'abbandono della montagna da parte del mondo contadino. Presentiamo alcune foto dell'evento (Flavio Mezzera) ed un'intervista ai due documentaristi.

 

 

 

ACG: Diego Mometti e Andrea Fenoglio: il prossimo 26 novembre presenterete il vostro film documentario "Il popolo che manca" al Gerl a Stampa. Cosa si cela dietro questo titolo un po' enigmatico?

Mometti/Fenoglio: È un titolo che si può vedere da almeno due punti di vista. Il lavoro che abbiamo fatto è stato mettere a confronto le registrazioni audio delle testimonianze del mondo contadino raccolte negli anni '70 dallo scrittore cuneese Nuto Revelli, con le testimonianze che abbiamo raccolto noi nel contemporaneo andando dai discendenti di quelle persone.
Quindi il primo significato del titolo è ricordare quella civiltà contadina che oggi non c'è più, salvata dalle registrazioni di Revelli. Il secondo significato è invece più esteso: noi pensiamo che quella civiltà contadina rappresentasse nel bene e nel male un “Popolo” che oggi non esiste. Ossia, non possiamo dire che la civiltà post-industriale che ci troviamo oggi a vivere con le sue innumerevoli sfaccettature, possa essere racchiusa in un "Popolo” proprio perché non c'è una direzione comune chiara e non c'è una condivisione dei “beni comuni” chiara. Per questo dicendo che manca quel popolo contadino che sapeva avere, nella sua crudeltà, un contatto stretto con la Terra; diciamo che oggi, venendo a meno questo legame con la Terra, manca anche un “Popolo” che cerchi un equilibrio ecologico comunitario.

ACG: Quale è stata la motivazione per questo lavoro che avete realizzato assieme alla Fondazione Nuto Revelli?

Mometti/Fenoglio: Si è trattato di andare a conoscere più da vicino la generazione dei nostri nonni che ci ha consegnato la Repubblica Italiana nel 1946 e ha vissuto il salto incredibile dal mondo rurale all'industrializzazione e al boom economico degli anni '60, ai grandi cambiamenti sociali di quegli anni.
Con la Fondazione Nuto Revelli si è cercato di fare un lavoro che mettesse in relazione quel passato con il nostro presente e, attraverso l'analisi del territorio della Provincia di Cuneo, riuscire a dire delle cose che potessero essere, per quanto possibile, “universali” ed esportabili in altre realtà.
C'è da dire che oltre al film che potrete vedere il 26 novembre abbiamo realizzato un sito internet (www.ilpopolochemanca.it), una serie composta da tre documentari e una mostra tutt'ora visitabile proprio in provincia di Cuneo. Tutto questo ha permesso alla Fondazione Nuto Revelli di rendere viva la memoria dello scrittore e a noi di intraprendere un percorso che in qualche modo ci ha aperto le porte per quello che stiamo ora facendo da voi in tutt'altro contesto e con tutt'altre prospettive.

ACG: Quali similitudini avete ritrovato tra la situazione nel Cuneese e in Bregaglia, visto che è oramai quasi un anno che visitate questa nostra valle del Grigioni italiano?

Mometti/Fenoglio: Le similitudini sono quelle che la montagna e in generale gli spazi marginali, ci ispirano un grande senso di libertà e ci danno la possibilità di mettere in scena delle prospettive. Per noi è fondamentale lo studio della memoria in chiave creativa. La collaborazione con il centro Giacometti ci dà l'opportunità di ampliare questo nostro interesse. Il lavoro che stiamo intraprendendo nella vostra valle è una cosa che ci entusiasma perché ci dà la possibilità di indagare nuove strade espressive sui percorsi che nascono dalla memoria di un territorio.
Un altro punto in comune tra i due lavori è la costruzione di una memoria collettiva che si forma da esperienze personali dei testimoni; nel caso del lavoro cuneese si focalizzava su un momento di rottura generazionale che ha  avuto come protagonisti lo spopolamento montano e l'industrializzazione; nel caso della Bregaglia, non dimenticando le trasformazioni dell'ultimo secolo, questa memoria vuole invece concentrarsi sul legame originale che unisce la valle, la sua civiltà montanara, alle figure degli artisti.

ACG: Quali aspetti del vostro documentario potrebbero interessare particolarmente ai Bregagliotti?

Mometti/Fenoglio: Pensiamo che possa interessare principalmente il fatto che la vostra valle, pur situandosi nello stesso contesto alpino, abbia vissuto un'altra esperienza socio-politica ed economica. D'altronde voi lo sapete bene, basta fare un confronto storico tra le condizioni di vita della Val Bregaglia e della Val Chiavenna. Quello descritto nel nostro lavoro è lo spopolamento montano gestito dalla politica italiana, questo può essere di vostro interesse.
Un altro aspetto che crediamo affascinante è poter ascoltare le voci registrate da Nuto Revelli 40 anni fa, che raccontano di un passato, l'inizio del secolo scorso per intenderci, che evoca oggi una civiltà contadina ancestrale ormai scomparsa, un'esperienza di archeologia della cultura alpina.

Statements

Livia Fagetti

Giacometti lo si capisce anche stando in questa valle, se non "soprattutto" stando in questa valle. Qui si vede quanto la forza fredda e severa della natura abbia inciso sulla sua opera. Perché le figure rugose, filiformi, dagli sguardi penetranti apparentemente goffe e in realtà dure e talvolta dall'aspetto crudele, se non perché le stesse figure si trovano soltanto fra queste o simili montagne?
Livia Fagetti, redattrice de "ARTE", mensile di arte, cultura, finanza e informazione, ottobre 1991

 
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